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Rappresentanza sindacale e datoriale - da www.lavoce.info

Riportiamo un articolo quanto piu' attuale in questo momento per la nostra categoria: 

Da www.lavoce.info - autore Maurizio del Conte - Articolo del 6 sett. 2013 - 

Perché non serve una legge sulla rappresentanza

Si torna a parlare di una legge sulla rappresentanza sindacale. Ma è davvero necessaria? Ci sono buone ragioni per ritenere che oggi creerebbe più problemi di quanti ne potrebbe risolvere. Le regole certe, il diritto di sciopero e il nodo della rappresentanza delle associazioni datoriali.

 LA COSTITUZIONE E L’AUTOREGOLAZIONE

Fiat chiama e Governo risponde: sì alla legge sulla rappresentanza sindacale. Anche se, fanno sapere dal ministero del Lavoro, si sarebbe orientati a procedere con un intervento leggero, magari riprendendo alcuni punti dell’accordo sottoscritto da Confindustria, Cgil, Cisl e Uil lo scorso 31 maggio. Ma è davvero necessaria una legge dello Stato su questa materia? Per rispondere alla domanda bisogna partire dalla Costituzione. L’articolo 39 stabilisce, al primo comma, che l’organizzazione sindacale è libera. Vista con gli occhi di oggi può sembrarci una banalità, ma si è trattato di una rivoluzione rispetto al sistema corporativo fascista che costringeva, ope legis, le relazioni tra imprese e lavoratori all’interno di un sistema pubblicistico regolato. Il legislatore costituente, comprendendo la necessità di coniugare il pluralismo sindacale con l’esigenza pratica di disporre di un contratto valido per tutti, aveva predisposto, nello stesso articolo 39, una serie di vincoli per la partecipazione dei sindacati alla negoziazione, stabilendo, infine, che il contratto collettivo fosse siglato da una rappresentanza unitaria dei sindacati, formata su base proporzionale al numero degli iscritti. In pratica, una riproposizione, all’interno del sistema delle relazioni sindacali, del modello di rappresentanza proporzionale puro, previsto dal testo originario della Costituzione per la formazione del parlamento. L’articolo 39 veniva quindi completato dall’articolo 40, in base al quale si sanciva il diritto di sciopero, rinviando al legislatore la sua disciplina. Ebbene, rispetto all’impianto disegnato dalla Costituzione, la realtà delle nostre relazioni industriali si è sviluppata in una direzione molto diversa. Mossi dal timore di un ruolo troppo ingombrante dello Stato e di una possibile deriva neocorporativa, imprese e sindacati si sono opposti, sin dalla prima ora, alla attuazione del disegno costituzionale, dando vita a un sistema autoregolato di relazioni industriali. Un sistema dove il contratto collettivo vale nella misura in cui abbia il sostegno effettivo delle parti che lo hanno sottoscritto. Non c’è nessun contrasto, si badi bene, con la Costituzione. Semplicemente, mancando la legge attuativa, i sindacati non possono stipulare contratti efficaci erga omnesma, in compenso, non subiscono alcuna ingerenza dello Stato nelle loro vicende interne. Il sistema che ne risulta trova legittimazione non nella legge, ma nel reciproco riconoscimento delle parti che lo costituiscono. Certo, sul reciproco riconoscimento il sistema ha vissuto, ciclicamente, fasi assai critiche. Le divisioni del fronte sindacale, gli accordi separati, i tentativi di isolamento delle componenti sindacali più antagoniste ci sono sempre stati, da che è entrata in vigore la Costituzione. Ma proprio da queste turbolente fasi conflittuali sono scaturiti i più forti stimoli al rinnovamento del sindacato, costringendolo a evolvere per non rimanere spiazzato dal mutare del contesto economico e delle istanze sociali del paese. Ne è la più recente testimonianza proprio l’accordo del 31 maggio 2013 con il quale, dopo un lungo periodo di divisioni, Confindustria e sindacati hanno unitariamente condiviso le regole affinché i contratti collettivi siano certi ed esigibili, avendo come obbiettivo il rilancio della produttività delle nostre imprese.

 PERCHÉ ORA?

E allora perché, proprio adesso, il Governo sente il bisogno di buttare sul tavolo, già piuttosto affollato da altre priorità, una legge sulla rappresentanza sindacale? È davvero per convincere Fiat a investire in Italia? E siamo poi sicuri che una legge risolverebbe il problema delle regole certe, tanto invocate dall’azienda di guidata da Sergio Marchionne? In realtà è lecito aspettarsi che se, abbandonando una tradizione lunga come la vita della Repubblica, questo legislatore decidesse di occupare anche lo spazio delle relazioni industriali, la dialettica fra imprese e sindacati finirebbe sempre più per spostarsi dai luoghi di lavoro alleaule giudiziarie, con il risultato di ridurre la certezza ai minimi termini. Senza contare che nessuna legge sulla rappresentanza potrebbe sottrarre il diritto di sciopero ai lavoratori, tantomeno a quelli non iscritti ad alcun sindacato. A meno che non si intenda mettere mano all’articolo 40 della Costituzione, il che sembra ben oltre la portata di questo Governo. E neppure si può ignorare che l’intervento normativo di cui oggi si parla sorvolerebbe sull’altro nodo critico della rappresentanza, quello delle associazioni datoriali, che produce l’assurdo moltiplicarsi dei tavoli di negoziazione e la sovrapposizione di contratti collettivi per medesime categorie produttive. Insomma, ci sono buone ragioni per ritenere che oggi una legge sulla rappresentanza creerebbe più problemi di quanti ne potrebbe risolvere. Meglio, allora, che la partita sia giocata dalle parti sociali. A condizione, però, che si rimbocchino le mani per realizzare in tempi rapidi tutti i passaggi necessari alla concreta attuazione dell’accordo del 31 maggio.

 

 

 

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